Le origini

~1500 — XVI Secolo

I rapporti della famiglia Polacco con il Levante – inteso sia come Europa orientale, sia come Oriente Mediterraneo e Mar Egeo in particolare – risalgono a lunga data e furono intensi.



Anzitutto, come suggerisce il cognome, la mia famiglia proviene dalla Polonia, e si trasferì in Italia, precisamente nel Veneto, attorno al 1500. Va ricordato che Venezia a quel tempo, oltre a dominare nella terraferma sulla regione veneta, aveva molti possedimenti in Grecia e nelle isole dell’Egeo, per i quali combatteva aspramente contro gli Ottomani.




La mia nonna paterna, Regina Jakopin, era d’altra parte di origini slovene, poiché una sua antenata si era trasferita in Veneto al tempo in cui la regione apparteneva ancora all’impero austroungarico.

Mia nonna Regina Jakopin con Giovanni Maria Polacco, mio nonno, ritratti agli inizi degli anni '60.

Rodi, 1939

L'arrivo nel Dodecaneso

Ma il legame più recente dei Polacco col Levante venne a crearsi a partire dal 1939, poco prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. Mio nonno Giovanni Maria si trasferì per lavoro a Rodi, la più grande isola del Dodecaneso. Lì ricoprì il ruolo di responsabile del Ministero del Tesoro in quelli che allora erano i ‘Possedimenti Italiani dell’Egeo’.

Nell’autunno di quello stesso anno fu raggiunto da quasi tutta la famiglia: dalla moglie Regina Jakopin, anzitutto; da uno dei due figli maggiori, Antonio (Nino), allora in servizio come tenente nell’esercito italiano (e a cui si devono tutte le fotografie in B/N dell’epoca contenute nella presente pagina); dalla figlia Maria (Mima), che proprio lì a Rodi si sposò, giovanissima, con un ufficiale dell’Aeronautica, cui poco dopo partorì il figlio Mario, mio cugino; e a Rodi pervenne anche il figlio più giovane della famiglia, Gian Mario, che allora aveva dieci anni e che sarebbe poi divenuto mio padre: trascorse lì la prima parte della sua adolescenza, vi frequentò le scuole medie, e vi rimase per tutta la prima parte della guerra, cioè fino al fatidico 1943. All’inizio (finché non fu richiamato anch’egli sotto le armi) si ritrovò a Rodi anche il quarto figlio, Avito, come dimostrano alcune foto che lo ritraggono lì assieme al resto della famiglia.

Mio nonno Giovanni Maria si trasferì per lavoro a Rodi, la più grande isola del Dodecaneso. Lì ricoprì il ruolo di responsabile del Ministero del Tesoro in quelli che allora erano i ‘Possedimenti Italiani dell’Egeo’.
Nell’autunno di quello stesso anno fu raggiunto da quasi tutta la famiglia

Mio padre Gian Mario in posa con la mamma Regina (Lina), la sorella Maria (Mima) e il fratello Avito, sotto i resti del tempio dorico di Rodi

Gian Mario (mio padre) a Rodi
(foto del fratello Antonio Polacco, mio zio)

Mio padre Gian Mario nel parco dell'Albergo delle Rose a Rodi, il giorno del matrimonio della sorella Maria

1943

La guerra e la dispersione della famiglia

I convulsi eventi dell’anno 1943 coinvolsero appieno la famiglia Polacco, che fu parzialmente dispersa. Mia nonna assieme a mio padre ancora adolescente e a mia zia, col marito di lei e il bambino che avevano da poco generato, riuscirono a fuggire con un rischioso viaggio in aereo prima che l’isola cadesse in mano ai Tedeschi dopo l’8 settembre. Giunsero quindi profughi a Roma. Antonio (mio zio ‘Nino’), dopo un vano tentativo di mettersi in salvo in Turchia, fu fatto prigioniero; rifiutatosi di continuare a combattere dalla parte della Repubblica Sociale Italiana, fu deportato nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, in Germania, nel quale furono internati anche altri militari italiani attivi in Grecia.

Mio nonno Giovanni Maria (detto Gianmaria), ligio al suo dovere di dirigente del Ministero, restò sino alla fine nel suo ufficio a Rodi; ma, quando si trattò di prestare giuramento alla Repubblica fascista, rifiutò di farlo, unico tra i membri del governo italiano del Possedimento dell’Egeo. Per questo motivo fu arrestato e deportato ad Atene, dove rimase internato nel campo di concentramento di Chaidari (detto la ‘Bastiglia della Grecia’).

Solo dopo la morte di mio padre, avvenuta nel 2023 (nel suo novantacinquesimo anno di età), ho ritrovato il carteggio, dignitoso e fermo, in cui il nonno si opponeva all’ordine di asservirsi agli occupanti e ai loro fiancheggiatori, nonché al proprio trasferimento da Rodi (una vera e propria deportazione). Entrambi, mio nonno e mio zio Antonio, tornarono separatamente in Italia, vivi ma tremendamente provati, solo a conflitto terminato.

Mio padre Gian Mario, il primo a destra, in escursione con la sua classe e l'insegnante a Rodi

Gian Mario Polacco, durante un lancio di gas asfissianti sull'isola di Rodi
(la foto di Antonio Polacco riporta sul retro una data successivamente aggiunta: 2 - o 5?- agosto 1943)

Il Ritorno

1971 — 2014 — Oggi

Antonio, una volta liberato, sposò a Venezia Nerea, proveniente anch’essa da Rodi in quanto figlia di un tenente di vascello, Armando Pillon, che era stato per anni il capitano del piroscafo ‘Fiume’. Anche se personalmente non vi erano mai saliti, praticamente tutti gli abitanti del Dodecaneso conoscevano questa nave che faceva la spola tra le isole dei ‘Possedimenti’ con corse regolari, trasportando passeggeri, merci di ogni tipo, e, soprattutto durante la guerra, anche truppe. Dal loro matrimonio è nato mio cugino Franceso, unico del nostro ramo della famiglia a vivere ancora in Veneto, e precisamente a Venezia.

Nonostante i drammatici eventi con i quali si concluse la vicenda rodiese dei Polacco, mio padre serbò sempre uno splendido ricordo di quel suo adolescenziale soggiorno nell’Egeo. Mi raccontava delle sue prime esperienze, dei suoi giochi (anche rischiosi in quel tempo di guerra), delle sue amicizie coi ragazzi italiani e locali, delle sue nuotate, delle sue gite in bicicletta all’interno della grande isola. Curiosamente, anche mia zia Nerea, parlandomi di Rodi, me la descrisse come un luogo meraviglioso, legato alle sensazioni ed emozioni più belle della sua prima giovinezza.

Nel 1971, mio padre profittò di una crociera cui partecipammo anche mia madre ed io per rivedere la vecchia casa di Rodi. Mi ribadì, e poi lo ripeté fino ai suoi ultimi giorni, che mai più era stato felice come allora, e che quelli furono senza dubbio gli anni più belli della sua vita.

Dopo la crociera in cui, bambino, visitai anch’io frettolosamente Rodi, vi feci ritorno solo nel 2014, passandovi alcune settimane: giorni che trascorsero incantevoli, nonostante la fama internazionale acquisita ormai dall’isola, che la rende, ogni estate, stracolma di turisti da tutta Europa. Negli anni ho visitato anche quasi tutte le altre isole greche, tra cui quelle del Dodecaneso, nonché le due uniche isole rimaste turche dell’Egeo: tutte queste piccole terre costituiscono per me una sorta di ‘paradiso perduto’: ma perduto solo in parte, poiché per certi aspetti, e in certi luoghi, è tuttora vivente.

Che vi sia, in ciascuno di noi, all’opera una qualche memoria genetica, che ci guida nei nostri itinerari e ci tramanda, desiderose di sbocciare di nuovo, le stesse sensazioni provate dai nostri antenati?

Rodi oggi vista da monte Smith, sulle cui pendici sorgeva la casa abitata dalla mia famiglia
(foto di Fabrizio Polacco)

Il tempio dorico di Apollo a Rodi, oggi
(foto di Fabrizio Polacco)

Il teatro antico di Rodi, oggi
(foto di Fabrizio Polacco)

"Nonostante i drammatici eventi con i quali si concluse la vicenda della mia famiglia a Rodi, mio padre serbò sempre uno splendido ricordo di quel suo adolescenziale soggiorno nell'Egeo."

Mio padre Gian Mario con il fratello Avito nel teatro antico di Rodi restaurato dagli italiani
(foto di Antonio Polacco)

Mio padre Gian Mario presso la casa Polacco a Rodi
(foto di Antonio Polacco)

Giovanni Maria Polacco (mio nonno) negli anni '60 con me bambino a sinistra e mio cugino Francesco, da poco nato, sulla destra.